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BAB01
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Bab01, Daniele Cinciripini, Steve Bisson
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L’eredità dei padri
di Steve Bisson

I figli che ci circondano, specialmente i più giovani, gli adolescenti, sono quasi tutti dei mostri. Il
loro aspetto fisico è quasi terrorizzante, e quando non terrorizzante, è fastidiosamente infelice.
Orribili pelami, capigliature caricaturali, carnagioni pallide, occhi spenti. Sono maschere di qualche
iniziazione barbarica. Oppure, sono maschere di una integrazione diligente e incosciente, che non
fa pietà. Pierpaolo Pasolini, 1975, da ‘I giovani Infelici’ in Lettere Luterane.
A parlare dei giovani sono sempre gli adulti. E forse vi è una ragione profonda in questo. Il cogliere
l’attimo, il carpe diem dell’assoluto presente, il voler essere ciò che si è ad ogni costo risulta
inaccettabile ai “grandi” o a chi si è perlopiù omologato agli standard di una società che, al futuro
dei minorenni, ha estirpato ogni certezza. Qualcuno la definisce età maledetta, l’adolescenza.
Eppure c’è chi ancora vede nei giovani una occasione per essere affascinato dalla vita. Per
innamorarsi nuovamente del proprio essere, o per ritrovare una certa immaginazione smarrita per
strada.
Quello di Daniele Cinciripini è un viaggio da adulto, ma curioso, attento ed emozionato da quello
che i giovani hanno da dire. C’è credibilità nel suo sguardo. C’è voglia di ascoltare e di misurarsi
con la propria crescita e i propri territori di conquista.
Le paure dell’uomo non hanno età e non hanno confini. E perciò Cinciripini estende il guardare al
paesaggio, spesso incomprensibile, alieno e confuso. Espressione fisica di un individualismo
radicale che ha raso al suolo gli edifici della socializzazione nel nome dell’apparire personale, o
borghese scriveva Pasolini, scagliandosi contro la costruzione di periferie anonime e corsare, prive
di forma e identità.
Cinciripini indaga il suo entroterra geografico, spostandosi tra terre che spesso si attraversano
senza guardare. Il suo non è un lavoro di denuncia, tutt’altro. Egli reclama la legittimità per questo
territorio “invisibile” di essere paesaggio, agendo affinché chi lo abita non diventi altrettanto
invisibile.
Perciò in questo palcoscenico trovano spazio per primi i giovani con le loro giustificate
incomprensioni e il loro potenziale di isolamento. Dotati di un proprio linguaggio essi appaiono
volersi distinguere da ciò che è adulto, forse, per essere riconosciuti al margine di tanta
indifferenza. Un desiderio di piacere e di piacersi. Un rimedio, chissà, all’appiattimento estetico
dilagante.
E adulti sono invece i marciapiedi incolti, i grigi capannoni industriali, i cimiteri ricolmi di automobili,
i condomini lager, ma anche i lettini abbronzanti e le tristi sale di video poker. Su questi corpi
estranei ravvisiamo la colpa dei padri o la condanna dei giovani. Echi distanti del monito
pasoliniano.
Cinciripini vuole a modo suo dipingere la gioventù, quel limbo, quello stato illusorio di libertà. E lo
fa contrapponendo ai suoi volti l’eredità dei padri, gli squarci di un territorio deturpato e
banalizzato. Più che un lascito, è una rinuncia alla realtà, alla diversità in favore di codici e
abitudini della civiltà dei consumi.
Assistiamo ad un’altalena di punti di vista, un oscillare generazionale teso tra gli sguardi di chi
rifiuta senza aver capito e le tracce semantiche di un paesaggio moderno, scialbo e insipido, ma
pur sempre vitale.