Follow Us On Social Media:

Project

Andare, andare ancora

Social

Issue

Category
BAB02
Tags
Bab02, Daniele Cinciripini, Serena Marchionni
About This Project

di fronte al tempo

di Serena Marchionni

 

Oggi, finalmente le avrei viste quelle pareti di roccia, come un palinsesto, fin’ora solo immaginate dai racconti di Daniele. Mi ero preparata come per ascoltare qualcuno, come si fa prima di una visita a una persona cara. Nella gola la terra che calpesto era livida, come un ematoma recente, coperta da un viola chiaro e trasparente, seppi che era l’ematite che dalle pareti della gola, per azione dell’acqua, si scioglie e ossida, trascolora e lascia una patina sopra i ciottoli rotondi del fiume. Non avevo pensato ai colori, ero del tutto impreparata a quell’incontro.

La grigia imponenza delle pareti ci accoglieva, muti e minuscoli. La varietà di grigi che potevo percepire era senza precedenti. Fissandoli a lungo, per cercarne le innumerevoli singolarità mi accorsi di quanto in realtà fossero verdi, tutto era pieno di verdi e di ocre gialle, tanti da non poterli contare o definire. Improvvisamente mi fu chiara la tavolozza di alcuni acquarelli di Durer e quello che prima poteva sembrarmi innaturale, troppo giallo e verdastro, magari viziato dalle disponibilità dei colori dell’autore, ora era così ovvio.

 

La luce, riflessa, rimbalzata, infilata giù per la gola, specchiata nell’acqua cambiava in fretta, aumentando la mobilità ed il numero di colori visibili. L’umidità dell’ombra accoglieva una gamma di blu, velati e morbidi, dove riposo lo sguardo. Sul bordo tra luce e ombra, prima dei verdi e degli ocra, vi erano i rossi, scaglie e aloni di luce, freddi e pieni di magenta. Fu di fronte a quella parete di sedimenti, alla sua imponenza, che mi si palesava il tempo, lì avrei potuto contare le ere, leggere la pietra ed i suoi segni, invece ne incontrai i colori. Non riuscii a pensare altro che al colore.

Spiando lo schermo della fotocamera, alle spalle di Daniele, cercavo di intercettare il suo sguardo, di afferrarne le sensazioni ed i pensieri, ma fui di nuovo arrestata dal colore; constatai infatti, come lo schermo riducesse semplificasse e allo stesso tempo amplificasse alcune sensazioni cromatiche, fino a falsificarle, a generare vere e proprie aberrazioni. Sospirai dentro, una strana nostalgia già mi prendeva prefigurando il lavoro che ci sarebbe voluto per restituire, almeno in parte, la fedeltà di quella percezione, di quella luce, di quelle pareti. Come se, prendendo atto della perdita a cui la tecnologia ci costringe, già sentivo la mancanza di quel bagno di colori di quella che per qualche ora è stata una dimora per lo spirito. Allo stesso tempo, percepivo salirmi dentro, quel calore che precede un’azione appassionata, prefiguravo la cura e la dedizione che questi colori ci avrebbero chiesto. Avrei dovuto riprendere a guardare, con più cura, quello che avevo di fronte, per poterlo riconoscere una volta sul monitor del PC e magari un giorno, se la foto sarebbe stata considerata abbastanza buona per la stampa, su carta. Tornai ad incollare lo sguardo alla parete e notai l’assenza di molti dei suoni, tipici della superficie, esattamente come i colori, anche questi, portavano con sé qualcosa di sovraumano, immenso.

Camminammo a lungo, percorremmo tutto lo spazio della gola, dall’acqua alla grotta, ore come secoli, intenti ad interrogare la pietra, ad aspettare che qualcosa accettasse di divenire immagine. Rientrando rallentai e rimasi indietro, i rumori pacati della gola iniziavano a diventare suoni, tutta la gola prendeva una nuova dimensione, quindi incontrai le piume, molte, adagiate sopra il cuscino di muschio di un grande masso. Quei suoni, come quelle piume, diventarono parole di fronte ai miei occhi. Ascoltai le ere passate, e la presente, tutti i miei ricordi, anche quelli più remoti, e la storia intera di quei luoghi, erano lì disposti come le piume.

La cascata dei bianchi capelli di nonna, che pettinai una volta sola, i giochi con la resina in giardino per inventare fossili, le conchiglie nel cemento della fontana, la melma che fu questa pietra, i viola di salvia ed iris sul bordo dell’orto, l’oceano che ricopriva questi luoghi, gli esseri primordiali che qui nuotavano, l’odore delle pantofole appena tolte, il naso sporto fin sopra il ripiano del comò a farsi fissare dalle vecchie foto di parenti defunti, i terremoti, i sollevamenti dell’Appennino, la ruvidità delle tende di lana, la soffitta buia da cui si vedeva il mare, l’acqua che ha aperto questa roccia, la noia dei compleanni con i bicchieri di carta, l’ulivo che mi bucava la gonna, i gessetti sulla parete di cemento, le giornate d’estate sola che sembrava non dovessero finire mai.

Incontrai su quel sasso quella che sarebbe stata questa immagine e, di colpo, ogni ricordo e avvenimento storico, si faceva presente, rammemorato, questo ingenuo anacronismo mi rese cosciente dei tempi che lì si andavano compenetrando.

Rinunciando ad ogni gerarchia e divisione tra la grande storia e la mia storia, tra i fatti oggettivi e fatti soggettivi, non mi rimane che osservare il fluttuare lento e instabile dei rapporti tra le cose, consapevole che ogni storia accade nell’esistenza di ogni individuo come memoria. Tutte le immagini scompariranno, alcune verranno rammemorate.